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giovedì 5 aprile 2007

I ricordi indotti di un dislessico

Ottavia si era appena addormentata quando il suono del telefono la fece trasalire. Guardò l’orologio prima di afferrare la cornetta: “Giorgio ma lo sai che ora è? Perché ti ostini…”
“Ti prego non riattaccare…domani, incontrami domani…al solito posto…domani alle 3 sotto i portici …ti prego indossa la gonna nera e il maglione grigio …e l’impermeabile..anzi no…fai tu…però promettimi che ci vedremo …allora…a domani…ciao!” e riattaccò.
Quella notte Ottavia non riuscì a prendere sonno. Perché Giorgio le aveva chiesto di vestirsi come la prima volta che si erano incontrati? Perché non riusciva ad accettare che fra loro tutto era finito?
Pilotata da un’indomabile forza d’inerzia e dalla speranza di porre fine a questo patimento, Ottavia si presentò puntuale, vestita come le era stato richiesto.
Alle 3:05 vide Giorgio salire frettolosamente per Via dei Tempi. Giorgio le lanciò uno sguardo come per controllare che tutto fosse in ordine; indossava le scarpe basse, la gonna nera, un piccolo impermeabile appena allacciato alla vita che faceva intravedere il dolce vita grigio. Poi si girò e continuò per la sua strada. Ottavia, confusa, lo seguì con lo sguardo, ma non ebbe il coraggio di chiamarlo. Con un mezzo sorriso sulle labbra, Giorgio si ricordò che quel giorno era uscito per comprare uno svuota tasche, così entrò in un negozio che vendeva articoli in pelle, e fece finta di non essersi mai fermato.

martedì 16 gennaio 2007

A quell’appuntamento in Piazza Duomo, io mi presentai da solo, mentre tu, vigliacca, ti facesti accompagnare dai ricordi

SECONDA ED ULTIMA PARTE

Dal tavolino del bar dove ero seduto, vidi la sua figura, longilinea ed imperturbabile, avulsa dall’eccessivo sentimentalismo architettonico di quella piazza. Decisi che non avrei attirato la sua attenzione, almeno per un po’. Rimasi, così, seduto e aspettai che fosse lei a scorgermi. Empiamente, indugiai nel guardarla di nascosto, mentre con aria smarrita si voltava di qua e di là, intenta a trovarmi in mezzo a quella folla. Un evento, a cui lei doveva essere ormai abituata. Ero sicuro che, sotterrato negli abissi di quella borsetta, si nascondesse un cellulare; ma anche se così fosse stato, Edith non avrebbe mai avuto il buon giudizio di usarlo. Ad un tratto il suo sguardo si fermò nella mia direzione. Strinse un po’ gli occhi e dopo essersi accurata per bene che fossi proprio io, cominciò ad avanzare. Sentii un brivido lungo la schiena; Forse a causa della febbre, o forse a causa di qualcos’altro, non so. Fu lì che mi resi davvero conto che il posto dell’incontro era stato malavvedutamente scelto. Non eravamo fatti per Piazza Duomo, noi. Almeno non più. Quella piazza era per gli innamorati, quelli che camminano mano nella mano, oppure per gli amanti che si incontrano clandestinamente. Noi, a quel punto della storia, ci saremmo potuti incontrare benissimo in Via del Dopolavoro, o al camposanto per quanto mi riguardava.
Si accomodò di fronte a me senza salutarmi. Non la biasimai. Dopo anni di matrimonio, le effusioni diventano così intime che non potresti mai più ritornare ad un formale “Ciao come stai?”; Preferisci il silenzio.
Subito uscì le carte da firmare. Io accennai un sorriso sornione e le chiesi:”Cos’è, hai portato i compiti da fare?”
Mi agghiacciò con lo sguardo.
Sghignazzai, mentre ero preda ad una successione di colpi di tosse espiratoria. “Meno male che mi sono messo la sciarpa oggi, perché il tuo sguardo sta raffreddando l’aria.”
Si voltò verso di me, con uno sguardo scrutatore. “Che hai?...stai male?”
Senza che io me ne rendessi nemmeno conto, la sua mano era sulla mia. Poi appoggiò il dorso della stessa sulla mia fronte, e subito dopo la immise fra la sciarpa e il mio collo. Mi scostai violentemente.
“Ma sei caldissimo ... hai la febbre! Non dovevi venire se stavi male…avrei trovato il modo. Mi dispiace, ti ho detto che ripartivo…ma…” Sembrava genuinamente preoccupata.
“Che fai adesso, ti preoccupi per la mia salute? Sono sicuro ci sono stati momenti in cui avresti preferito vedermi morto…”
“Bèh, sono sicura che quegli stessi sentimenti li hai provati pure tu!”
“No! Io no! La tua morte non mi avrebbe procurato alcun tipo di consolazione…la cellulite si!”
“Scusa?”
“Si, ci sono stati momenti in cui ho desiderato che un giorno ti fossi ritrovata imbottita da un’enorme quantità di cellulite…così da prendere la stessa forma che molte delle tue concittadine sfoggiano già…pregai che tu diventassi ripugnantemente cellulitica…ma sana e longeva, così da convivere una lunga vita con quell’ingombro.”
Mi guardò scioccata.
“A dirtela tutta, lo spero ancora….qui fanno una buonissima crem de mascarpun…se vuoi la ordino”
Aprì la borsa e cominciò a rovistare, come se non avesse dato alcun peso a quello che avevo appena detto: “Forse ho ancora del Benadryl…quello che non ti fa allergia…no, mi sa che era scaduto…lo devo aver buttato via, ho delle Cloralit ma sono quelle al gusto di mirtillo”
“Hmm…buone, quelle mi piacciono!”
“No Stefan, quelle al mirtillo sono quelle che ti fanno schifo, quelle che ti piacciono sono quelle all’amarena”
Come al solito aveva ragione. Edith ricordava sempre quello che mi piaceva e quello che non mi piaceva, molto meglio di me. Di solito al ristorante, soprattutto se esotico, era lei quella che sceglieva per me, certe volte mi impuntavo pateticamente che la “tempura” o qualcos’altro mi piaceva da impazzire, mentre lei mi continuava a dire di non prenderlo “perché ti sa di fritto e ti fa venire da vomitare” e…matematicamente, mi veniva da vomitare.
“Ti ricordi quando ti ostinasti con la signora del Hong Kong Garden, dicendole che avresti preso il pollo solo se ci avesse messo la salsa quella col panda, che poi generalmente si chiama salsa di soia perché quella col panda era solo la marca che compravo io, mentre in realtà volevi la salsa agro-dolce…ohh quanto risi quella volta”
Poi, cominciò a farmi il verso:”Signora giapponese…la salsa, a me piace quella col panda…”
Cominciai a ridere, e fui catapultato in profluvio di ricordi, la cui maggior parte, non era nemmeno spiacevole da ricordare. La odiai.
“Dammi queste carte da firmare….sei un’accattona!”
Edith sapeva che non mi stavo riferendo alle carte. Rimase lì a guardarmi, quasi con un sorriso sulle labbra, perchè finalmente aveva avuto la certezza…lei mi mancava.
E’ una cosa un po’ bizzarra, ma anche quando una storia è finita, anche quando dentro non è rimasto nessun tipo di sentimento, anche quando il risentimento è svanito, due ex cercheranno sempre qualche tipo di segno sibillino che li farà illudere che loro mancano all’altro. Capii che era proprio per questo che avevo scelto il cappotto, per riuscire, forse, a suscitare uno sguardo che mi avrebbe dato quell’illusione. Di conseguenza pensai che fosse proprio per questo il motivo per cui anche Edith si era sistemata per bene, truccandosi e scegliendo con cura abiti che la perfezionavano.
“Sai benissimo che non avrei mai rivendicato i miei diritti su queste cose…ti avevo già promesso che tutto sarebbe rimasto tuo…e tu sai che quando io prometto…”
“Si, lo so….ma….”
Quel “ma” procurò in me uno stato di panico, cosa sarebbe successo se mi avesse detto che l’aveva fatto per rivedermi, per farmi riconsiderare, per riappacificarci. Forse era per questo che aveva tirato in ballo i ricordi. Cosa sarebbe successo se quel “ma” aveva ragione di esistere. Firmai con la mano tremante, mentre speravo che non ci fosse un seguito a quel “ma”. Mentre cercavo di convincermi che quel “ma” voleva sicuramente precedere un “non ci credo”…o un “voglio la certezza che queste cose saranno per sempre mie.” Ma perché ero nervoso? E perché la odiavo così tanto per avermi fatto ricordare qualcosa che, dopotutto, non mi era nemmeno dispiaciuto ricordare.
Dopo aver firmato le carte e le feci scivolare sul tavolino. Poi la guardai e le dissi:”Qui c’è tutto quello che volevi…attendo le fotocopie al più presto e per favore fammi contattare dal tuo avvocato.”
Così mi alzai, lasciai i soldi per le consumazioni sul tavolo e me ne andai. Ma prima di andarmene, la ringraziai…perché mi resi conto che…in questa vita apatica, è un privilegio soffrire per amore.

giovedì 7 dicembre 2006

Preso orribilmente a sganascioni dal mutamento di usi e costumi dopo aver raggiunto l’acme della passione.

Le avevo espressamente chiesto di non venire. Ma come al solito Flavia non mi ascoltò. Così alle 8:00 in punto, Flavia era sfacciatamente seduta sulla poltrona del salotto di mia madre, cercando disperatamente di convincermi ad uscire.
“Dai! ci saranno tutti! Vedrai che ti divertirai. Ne sono sicura!”
“ Quando dici frasi del genere mi rendo conto di quanto poco mi conosci. Dammi un motivo valido, perché dovrei, con le mie stesse mani, infliggere sulla mia persona questa sevizia, andandomi ad infilare a casa del Marco per socializzare con gente che mi sono addirittura dimenticato di odiare, ormai da anni.”
“Almeno fai qualcosa e non stai chiuso qua dentro come un'eremita.”
“Faccio qualcosa? Che cosa? Ricominciare ad odiare questa gente, non mi sembra un opzione così tanto allettante. No, grazie, c’è ben altro che potrei fare con il mio tempo. Sai, adesso ho il mio blog…” La notizia passò inosservata.
“Tutti mi hanno chiesto di te, sanno che sei tornato e ti vogliono vedere. Che male c’è? Vai li, ti bevi qualcosa, saluti e te ne vai.”

Era la solita storia. Ogni anno. Ma la cosa che odiavo di più, era il fatto che queste riunioni non erano fatte per il piacere di rivederci. No, quello lo cominci a perdere dopo i vent’anni. Il motivo latente che pilotava queste riunioni era la curiosità morbosa di confrontarsi con la vita degli altri. Erano occasioni per vedere in che posto stavi nella graduatoria dei successi e dei fallimenti.

Per le donne i successi, quasi sempre, venivano imboccati con l'uso dei messaggi subliminali, o, in alternativa, come se fossero cose di cui lamentarsi. “Seby quest’anno ha comprato il Mercedes classe G, ma sai, con i tempi che corrono …” oppure “Cara, le tre crociere dell'anno scorso, mi hanno massacrata, io di sicuro indosserò le pantofole almeno per altri due anni...Anche se lo dico ogni anno e non lo faccio mai!” Fortunatamente, gli uomini, sono più diretti: “Cazz@, l’anno scorso ho comprato delle azioni che quest’anno stanno spaccando il cul@ ai soldi”. Cosa si potrebbe dire mai davanti a cotanta trasparenza.

“A proposito di gente che mi ha chiesto di te, ho visto Lilian, l’altro giorno.” Disse Flavia all'improvviso.
Adesso il discorso sembrava interessarmi, perché alla sola menzione del nome Lilian, fui istantaneamente colpito da un rapido acceleramento dei battiti cardiaci.
“Lilian?”
“Si è tornata pure lei. Il marito è stato trasferito. Hanno due bambine, le ho viste l’altro giorno, sono molto carine assomigliano tutte a lei, tranne la grande che c’ha il capoccione come il padre.”

So che in questo momento state mettendo in dubbio la mia spiccata moralità, ma non è assolutamente come sembra.

Io e Lilian ci conoscemmo negli anni quando una cotta faceva male; Male sul serio. Quando il cuore batteva veramente, e pareva che si spaccasse quando ad un appuntamento lei, per caso, ritardava ad arrivare. Quando al solo pensiero che avrebbe chiamato, ti mancava il fiato. Noi c’eravamo amati veramente e totalmente dal primo giorno. Lei dice che fu dopo che mi sentì parlare del suicidio del Werther che si innamorò, ma questa affermazione è opinabile. Sentimentalmente eravamo cresciuti assieme. Precocemente, avevamo raggiunto una maturità la cui aspettativa rovinò tutte le storie d’amore che seguirono. Io abitavo negli USA e tornavo solo d’estate e a Natale, così di comune accordo decidemmo di avere le nostre storie quando eravamo distanti; ma mi pregò di non parlarne mai. Dopo la maturità, Lilian si trasferì rendendo ancora più difficile il prolungamento della storia. Cercò molte volte di farmi capire che se io le avessi chiesto di seguirmi negli USA, lei lo avrebbe fatto. Ma io non mi sentivo ancora pronto. Quando finalmente mi decisi, lei aveva già conosciuto il futuro marito e stava andando a convivere. Moltissime volte negli ultimi anni, mi ero ritrovato a pensare a lei, e a come sembrava essere stata la persona più pura che avessi mai conosciuto. Immancabilmente, ogni volta che una relazione finiva, scoraggiato dal rolodex di nomi dimenticabili che si affastellavano confusamente l'uno sopra l'altro e dall'indifferenza che ormai sembrava esser diventata il minimo comune multiplo di tutte le mie storie, il mio pensiero andava a Lilian; l'unica ragazza che mi capì e che mi amò esattamente come volevo essere amato.

Di conseguenza mi venne molto difficile capire perché fra tanta gente lei avesse scelto lui. Lilian amava recitare le poesie di Shelley e Keats. Quando dormivo,scriveva frasi sulla mia schiena, che mi toccava leggere una volta a casa con l’aiuto dello specchio del bagno. Amava gli epigrammi che io scrivevo riguardo i suoi polsi gracili e bianchi. Quindi, per favore, spiegatemi che cazz@ chi faceva ora con un odontotecnico che si spacciava per dentista, che ha l'elegantissima abitudine, quando esce fuori, di chiamare il cameriere alzando la mano con un biglietto di €100 piegato fra l’indice e il medio, che ritira scherzosamente quando il ragazzo arriva. Che cazz@ ne può sapere mai, un tipo come questo di Chateaubriand?

E’ inutile dirvi che decisi di andare.

…

martedì 28 novembre 2006

Il processo evolutivo a livello psicofisico, morale, intellettuale del sottoscritto dopo essere caduto nelle mani del Pocciola

Sovente, capita che durante i discorsi nostalgici sulla formazione scolastica bianca rossa e verde, mi si lasci fuori con la convinzione che io le scuole le abbia fatte all’ESTERO.
“SI, minchione in Liechtenstein! Perchè quell’anno all’Edmondo De Amicis te lo facesti tu! Vero?”
Alla sola menzione dell’EDA, scende un gelido silenzio. Si, perché la Scuola Media Statale Edmondo De Amicis …non rappresentava con esattezza la quintessenza dei sentimenti che noi tutti riconosciamo come De Amicis-iani. La sezione M, in particolare, non era … tratta dal libro Cuore.

L’anno si aprì in bellezza. Luigi sgattaiolò verso i cartelloni appesi al muro, mentre le mamme si affrettavano a trovarci i posti nelle sovraffollate classi (che fossero lontani dalle finestre a causa della processionaria), poi corse verso di me e con sguardo terrorizzato mi disse: “ No! Abbiamo tutti e due i fratelli Barletta in classe con noi”
“tutti e due?” risposi sbalordito
“si”
Era un'ingiustizia. L’amministrazione avrebbe dovuto impedire che cose del genere accadessero a bambini come noi, che il pomeriggio guardavano gli snorkys. Cioè uno va bene, lo smilzo preferibilmente, dopotutto ha anche lui il diritto all’istruzione, ma tutti e due insieme è semplicemente crudele. Che li facessero roteare fra tutte le sezioni, un pò a turno, dopotutto pure gli altri avevano il dovere di provare l'ebbrezza dell'essere malmenati, perché solo noi.
Devo ammettere ci preoccupammo un po’ per niente, perché fortunatamente per noi, il padre dei Barletta aveva promesso ai figli che al compimento del sedicesimo anno sarebbero stati uomini liberi. Infatti, il compleanno del Barletta grande fu contraddistinto da un sospiro di sollievo collettivo. L’altro fratello, invece, fu colpito da leptospirosi o qualcos’altro e pure lui non tornò mai più. Anche se devo ammettere che di quest’ultimo sentì un po’ la mancanza dato che eravamo diventati quasi amici (sempre considerando i limiti delle circostanze) da quando Luigi si era prestato a disegnargli un puffo sul bicipite a mò di tatuaggio. Quel giorno ci aveva pure invitato giù alla discarica per sparare piombini sui ratti. Ma io e Luigi cordialmente declinammo l’invito.
Dopo l’abbandono dei Barletta, avevo anche appreso che noi della 1° M non stavamo mica messi così male. Claudio, un mio vicino di casa, era disperato perchè aveva in classe uno degli Sgroi, che si faceva le "zaganelle" in classe rilasciando “dediche” fra le pagine dei libri dei compagni (e se la memoria non m'inganna, fu lo stesso che si tagliò il “filino” in bagno operando con delle forbicine … se non sapete di cosa sto parlando, ringraziate Dio e andate avanti)
Ormai rilassati, tutti noi della classe 1° M potemmo interagire con tranquillità. Io e Luigi eravamo seduti nei banchi di dietro a Renzo (non mi ricordo il cognome) e Giovanni Di Giovanni (i miei complimenti ai genitori, per la loro sfavillante fantasia. Considerate, che nella stessa classe avevamo pure un Baldovino Baldovinetti…ma questa è pura crudeltà, che nemmeno i Barletta lo prendevano in giro tanto faceva pena). Renzo indossava sempre una camicia di polyester bianco con una fantasia di francobolli marroni dove dentro c’erano raffigurate le macchine antiche. Giovanni Di Giovanni, il suo compagno di banco, era invece famoso per le sue interrogazioni e le sue risposte alquanto didascaliche. Era l’unico che non aveva capito che in geografia, l’industria agro-alimentare e l’industria tessile si possono invocare per qualsiasi regione italiana, per non dire mondiale. Quindi alla domanda “parlami di Palermo” lui accusò: “A Palermo c’è la mafia!” Poi, durante lo stesso anno, alla domanda parlami dei problemi di Berlino, Giovanni Di Giovanni denunciò nuovamente la criminalità organizzata rispondendo:”A Berlino c’è un muro dove i ragazzi ci vanno a farsi la droga!”
Ma i giorni lieti non durarono a lungo. Volle il fato che io e Luigi, a causa di un autogol (tengo a precisare suo) durante la partita contro la 1° F, entrammo in un bisticcio del tipo “Croce di legno, Croce di ferro”; quelli di voi che lo conoscono sanno benissimo che è più facile trovarsi un altro amico che riuscire a rompere questo tipo di bisticcio. Proprio durante questa dissociazione, si unì alla classe un animale di ragazzo che era peggio di tutti e due i fratelli Barletta messi insieme. Un ragazzo di un'altra classe, che ne aveva sentito parlare, ci aveva avvertito: "quello è un tipo che se lo sfiori per sbaglio, TOCCA AMMAZZASSE!" Se avevamo alcun tipo di dubbio, questa premessa ci rassicurò, inducendoci ad accettare passivamente la malasorte.
Ora, non so quale spirito immondo abbia posseduto la Sambagnaro, professoressa di Matematica, a farle pensare che era cosa buona mettere uno che si allena sul ring a fare a pugni, proprio accanto ad un ragazzino, mezzo straniero, che con tutte le scarpe ortopediche pesava 13 kg. Così, all’arrivo della bestia, la Sambagnaro pronunciò la temuta frase: “Siediti li, accanto a von Hauser”
“Merda!”
Alessandro Pocciola, questo era il suo nome, aveva già la patente. Il padre gli aveva detto però che se non avesse ottenuto l’attestato non gli avrebbe comprato la macchina. Io gli avrei dato volentieri la macchina di mia madre per farlo andare, anche perché dopo il suo arrivo nessuno mi parlava più, sicuramente a causa di alcuni “simpatici” deterrenti, come per esempio le sberle ricevute da Renzo o Giovanni Di Giovanni appena si giravano a chiedermi qualcosa, o la mitica sputata sulle scarpe. Alessandro aveva la dote dello sputo con il mirino, una cosa allucinante; secco e diretto. Una volta Giovanni si dovette fare un’interrogazione muovendo in continuazione i piedi per evitare la mitragliata di sputi.
Devo ammettere che dopo un po’ cominciai ad apprezzare la decisione presa dalla Sambagnaro. Sotto quella facciata rude, Pocciola era, dopotutto, un bravo ragazzo. mi accorsi di essere invidiato un pò da tutti perchè mi aveva preso sotto la sua ala protettrice, anche se questo mi preoccupava un po’ perché non sapevo quando e come avrei dovuto ricambiare il favore. Sono sicuro che se sapesse che oggi faccio l’avvocato mi verrebbe a cercare per qualche problemino con la legge.
Ogni giorno appena arrivavo mi accoglieva con un “A’von HAUSER! C’ho mezza busta di fumo na machina … Vieni oggi pomeriggio alla centrale del latte abbandonata, che ci facciamo una canna! I flash che ti fa vedere 'sto fumo sono PAZZESCHI!” e poi l’immancabile medley dei fumaroli “Vado al massimo! Oh tofee tofee tofee!” con in mezzo "ne, neah, neoooow" il colpo di chitarra tratto da Dark Side of the moon . Altro invito che venne cordialmente rifiutato.
Inoltre Pocciola era completamente mesmerizzato dal mio cognome. Mi chiedeva sempre, ma perché la v è scritta minuscola, e perchè si pronuncia con la F, e che cosa significa il tuo cognome in INGLESE?
Un giorno, mosso dal suo interesse gli spiegai che in passato il mio cognome era scritto con la umlaut .
Mi guardò smarrito e mi chiese:”con che cosa?”
Arguii di aver fatto un grande minchiata ma ormai dovevo continuare:”con due puntini sopra la a”
Pocciola mi guardò e rispose:
“STI CAZ%I!”